La casina del Summano

di Nicola De Benedetti

Un popolo senza memoria storica è come un albero senza radici.
Così recita un noto aforisma riguardo alla conoscenza del proprio passato.
Monte magico e sacro, il Summano (1296 m) svetta sulla Valdastico e la piana di Schio rappresentando un elemento particolare del paesaggio vicentino per la collocazione, la flora, le tradizioni popolari e le leggende createsi con il passare dei secoli. Tra queste ultime se ne vogliono ricordare due: la diffusa consuetudine che ogni pellegrino in visita al Monte portasse con sè un mazzo di fiori rappresentativi della sua terra d’origine; la leggenda di Sant’Orso, cavaliere franco, uno dei dodici palatini di Carlo Magno, destinato a  subire una profezia che lo voleva parricida, predetta da un indovino quando era ancora in fasce, e che espiò con la morte non appena raggiunse le pendici del Summano, dopo aver vagato per dodici anni per mezza Europa.


Ma il Monte sacro, per il pellegrino, significa anche antico eremo quattrocentesco B.V.M., “risorto” nel 1900 con il Santuario della Beata Vergine del Summano. Le prime note documentate sul sito risalgono addirittura al 1300 ma l’eremo raggiunse il suo massimo splendore nel diciassettesimo secolo con i Girolimini, i frati di San Girolamo della congregazione del beato Pietro Gambacorta da Pisa, che lo ebbero in custodia a più riprese.
Per i caini invece la sommità del Monte ha un significato storico: la costruzione del primo rifugio della sezione di Vicenza, la cosiddetta Casina, inaugurata nel 1890, distrutta durante la Grande Guerra, ricostruita come colonia alpina e nuovamente ridistrutta. Ricordiamo al lettore che in quell’epoca la sezione di Vicenza comprendeva tutto il vicentino, compresi i nuclei di Bassano e Schio, che si staccheranno qulache anno più avanti. C’è da sottolineare che l’iniziativa vicentina è anche la prima verificatasi nelle Prealpi Venete Occidentali.
Ci piace pensare che i nostri soci fondatori abbiano scelto il Monte Summano non solo per la collocazione e la bellezza del paesaggio ma proprio per le sue vicende ricche di leggendaria sacralità.
“Sulla cima del Summano, di quel masso di smeraldo che domina la pianura veneta, a 1211 metri sul mare, presso i ruderi dell’antico convento dei frati Gerolimini, la nostra Sezione acquistò una zona di terreno, la rimboscò e vi eresse una graziosa casina bianca che si vede da ogni dove, asilo superbo per chi è vago degli sterminati panorami, e per chi voglia contemplare dall’alto la natura immensa, la casina sulle cui pareti Antonio Fogazzaro fece scrivere i versi di Dante: rimira in giuso e vedi quanto mondo sotto li piedi già esser ti fei”. Così si legge in un passo della relazione morale dei primi 25 anni di storia della nostra Sezione.
Nella documentazione ufficiale, inviata alla sede centrale di Torino il 28 dicembre 1890, si spiegano i motivi dell’acquisto del podere, tre ettari di terreno, e della scelta pratica del luogo. Il progetto completo dell’albergo a due piani, adatto ad ospitare comodamente fino a 24 persone, viene a costare complessivamente 8843,22 lire.
L’atto di compravendita e affrancazione fu redatto dal notaro Dott. Giuseppe Fabris il 19 gennaio 1890 e registrato a Vicenza il 4 febbraio dello stesso anno. In tale atto, tra i 15 acquirenti firmatari, spiccano nomi illustri per la società dell’epoca: il conte Almerico Da Schio, presidente della Sezione di Vicenza; il vice presidente, conte e poi senatore Guardino Colleoni; il segretario, cavalier Alessandro Cita; il dott. Luigi Cavalli, deputato al parlamento nazionale; il conte Mario Valmarana; il conte Guido Piovene Porto-Godi.
Il fatto importante è che i soci proprietari e prestanome, concordamente e solidariamente, si obbligano a cedere in maniera irrevocabile il terreno e la struttura con annesso usufrutto al Club Alpino. Così facendo compiono un gesto nobile e etico, di sicuro esempio per le generazioni future.
Le manovre per la costruzione del grazioso edificio in muratura, sorvegliate dai soci Giuseppe Gianesini, sopraintendente ai lavori, e Giuseppe Pocaterra, amministratore, iniziarono il 26 Aprile del 1890 e l’edificio venne inaugurato il 6 luglio dello stesso anno. Un lavoro immane considerando che all’epoca l’unico accesso alla sommità avveniva tramite un sentiero la cui percorrenza da Piovene richiedeva 2,45 ore!
Scrive lo storico Bepi Magrin riguardo all’edificio: “Era situato sotto la cima più bassa del Summano (quella detta di Piovene) e precisamente sul declivio sud est, a 1211 metri di altezza, in territorio del Comune di Piovene. A quel tempo, il rifugio o meglio come allora la chiamavano la Casina, constava di una camera per dormitorio situata al primo piano, il sottotetto era riservato agli inservienti, mentre la tettoia esterna era adibita al pubblico. Si presume ovviamente che i locali principali fossero adibiti a sala o salone per le riunioni dei signori soci”.
Ma il lavoro dei soci del Club Alpino non si sofferma alla costruzione della Casina. La manovalanza interviene anche nel recupero della vecchia cisterna del convento datata 1404, attigua al rifugio. Si tratta di un quadrato di 7 metri di lato ostruita e resa impraticabile dalle intemperie e dalla incuria dell’uomo. Il restauro viene completato nel 1892 dando beneficio anche ai pastori della zona che possono così abbeverare il bestiame. Inoltre i nostri soci aiutarono a costruire, assieme ai piovenesi, la strada mulattiera progettata dall’ing. Saccardo che da Santorso portava alla Chiesa del  Summano. La nuova strada fu percorsa da Guardino Colleoni con vettura a due cavalli il 20 maggio 1894.
All’art. 1 del regolamento del nuovo rifugio si suggella che la direzione della Casina è affidata al Direttore Giuseppe Pocaterra di Rocchette Piovene, mentre la custodia è compito di De Pretto Stefano detto Migliotto di Piovene. La Casina è aperta tutti i giorni festivi dei mesi di maggio, giugno, luglio, agosto e settembre. Per i soci l’alloggio è gratuito mentre i non soci pagano una tassa di Lire Una per ogni giorno o notte di riposo.
Il Migliotto, contadino del posto, si incaricava, previo accordi inviati a mezzo lettera aperta, cartolina o telegramma, di accogliere ed ospitare i turisti che facevano richiesta di soggiorno anche nei dì feriali. Per espletare il suo compito il custode si avvaleva di un asino chiamato Cucco, che, per un ventennio, fece la spola tra Piovene e la Casina salendo circa 200 volte all’anno per portare le vivande e tutto il necessario al funzionamento del rifugio alpino.
L’entusiasmo per la nuova opera è tale che una moltidudine di persone si recano sul Monte Summano in visita anche al nuovo Santuario inaugurato il 18 agosto 1893. Necessita una riorganizzazione della struttura ricettiva.
Scrive ancora il Magrin: “Il successo dell’iniziativa del CAI vicentino fu certamente notevole se nel 1903 la Casina ormai insufficiente ad accogliere tutti gli ospiti, dovette essere ampliata ed abellita, creando al pianterreno una cucina di metri 5,55 x 5,60 con pavimento a bettonata e una sala da pranzo che misurava 5,47 x 5,40 con pavimento e rivestimento delle pareti in rosso legno di larice. Al primo piano fu ricavato un dormitorio con 11 brande ben tre delle quali avevano perfino il materasso, tutte comunque dotate (anche quelle col pajon) di cuscini e coperte. C’era al medesimo piano anche un’altra stanzetta dotata di biblioteca di opere alpine, col tavolo, le sedie, ecc.. Il magazzino e dormitorio degli inservienti rimaneva ubicato nel sottotetto. La porta della Casina era protetta dalla tettoia che forniva riparo dall’accumulo invernale della neve; la tettoia, dotata di panche infisse nel muro e di un focolare, era sempre disponibile per i frequentatori della zona. L’arredamento interno per utensili da cucina, servizi da tavola era completo”.
La Casina del Summano diventa un punto di discussione e di riferimento importante per gli alpinisti vicentini di quel periodo. “Il primo rifugio alpino della zona”, scrive lo storico Gianni Pieropan, “denota chiaramente come gli indirizzi del Sodalizio conservassero una specifica impronta naturalistico-scientifica, non dissociata da una certa dose di romanticismo.”
 Alcuni studiosi però attribuiscono le cause della scissione dalla sezione di Vicenza, e la costituzione di nuove emergenti sezioni, proprio legate alla rivendicazione del possesso dell’edificio del Summano. Primo a staccarsi fù un numeroso gruppo di soci di Bassano del Grappa costituitosi autonomamente nel 1892 in Club Alpino Bassanese. Nel 1896 viene fondata la Sezione di Schio, la quale, due anni più tardi, in barba ai caini di Vicenza, erigerà il piccolo ma glorioso Rifugio Schio, all’Alpe di Campogrosso.
Sopraggiungono gli anni della Grande Guerra e la Casina diventa demanio militare a disposizione della 35° Divisione che, sul vicino Novegno, riuscirà a respingere durante la Strafexpedtion del 1916, i temuti Kajserjaeger austriaci. L’edificio confiscato viene parzialmente distrutto.
I danni di guerra alla struttura vengono risarciti dallo Stato ma “l’esigua indennità ottenuta non fu impiegata nella ricostruzione della Casina, bensì per il riatto ed ampliamento del Rifugio O. De Pretto a Campogrosso (l’ex Rif. Giuriolo, attuale Rif. Campogrosso, ndr) di proprietà della Sezione di Schio, quando ci accordammo perchè quella Sezione e la nostra divenissero comproprietarie del Rifugio stesso. Questo è un’ottima base per moltissime arrampicate sulle Piccole Dolomiti, mentre il M. Summano è meta a sè stesso e non si sarebbe prestato alle esigenze dell’alpinismo moderno e all’intenso fervore di attività della nostra Scuola di Roccia”. Così scrive il 26 gennaio 1935,  in una lettera-relazione indirizzata a Roma, al segretario del CAI Frisinghelli, il Presidente di Vicenza Lorenzo Pezzotti. Prosegue nella risposta di richiesta chiarimenti che “Fino dalla primavera del 1932 il comune di Piovene intavolò trattative, in ordine al suo desiderio di costruire sulla sommità del M. Summano una nuova casina da adibirsi come colonia alpina. Le trattative furono lunghe, sospese e riprese, finchè il 22 ottobre 1932 si addiviene alla stipulazione del contratto (di locazione, ndr), che fu regolarmente registrato. E la nuova casina, migliore e più grande dell’antica, fu costruita”.
Sotto regime fascista il terreno e la nuova casina, da utilizzarsi come Colonia Climatica Montana, vengono definitivamente vendute al comune di Piovene Rocchette rispettando il contratto preliminare del 15 aprile 1935 per la somma di Lire 9000. Il Podestà di Piovene si impegna a costruire entro fine anno “due locali di metri 4x4, con ingresso indipendente dalla Colonia, di cui uno dotato di focolare e lavandino, completi di porte, scuri e finestre, e soggetti alla servitù perpetua di abitazione come rifugio alpino a favore della Sezione di Vicenza del CAI”.
Degli anni a venire la documentazione ufficiale sparisce e della Casina si perdono le traccie stampate. Rimangono solo le dichiarazioni dei seniores che attestano la definitiva distruzione del fabbricato in muratura durante la Seconda Guerra Mondiale. Oggi, della graziosa costruzione restano solo poche pietre a testimoniare un evento importante e gioviale nella vita del Club vicentino.
E la mente porta a pensare ai padri fondatori, immaginando una fresca serata di settembre del 1890, in cui i soci Guardino, Alessandro e Almerico, seduti attorno al tavolo interno della Casina, sorseggiano un bicchierino di graspa e, pieni di entusiasmo, discutono animatamente tra loro sui futuri progetti del Sodalizio.

Vicenza, gennaio 2009.

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