125° anniversario dal CAI di Vicenza

 

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COLLEGHI ED AMICI ALPINISTI
     FU ventura singolare se 25 anni or sono io gettai in terreno fecondo il seme dell'alpinismo
-- i frutti che si raccolsero furono cotanto buoni che vorrete perdonarmi se io ripeto con Dante che di vederli in me stesso m'esalto.
    Un nucleo di giovani entusiasti delle cose nuove, allettati dalle descrizioni di ascensioni sulle alte vette, fondò nel settembre del 1874 il Circolo Alpino Vicentino nello scopo determinato di conoscere le montagne, specialmente quelle del vicentino, illustrarle, promuoverne la viabilità, l'incremento dei visitatori forestieri, e curare insomma ogni cosa che tornasse utile agli abitatori dei monti.
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    Una prima gita a Monte Zevio su quel di Asiago raccolse quindici alpinisti e cioè Francesco Molon, Almerigo ed Alvise da Schio, Aicardo Gualdo, Scipione Cainer, Giovanni Breganze, Alvise Motta, Luciano Casalini, Guido e Giovanni Piovene, Girolamo Cogollo, Giovanni Sandri, Antomo Maizotto, Alessandro Cita e Guardino Colleoni.
    Cito questi nomi perchè rappresentano la vecchia guardia dell’ alpinismo vicentino e perchè a merito di parecchi di essi si svolse poi la vita e l’attività della nostra Sezione.
    Chi non ricorda le care ed incancellabili impressioni di quella prima gita, le accoglienze festose degli asiaghesi, che vollero fosse ribattezzato il Monte Zevio col nome di Cima degli alpinisti cicentini; chi non ricorda le gite che si succedettero nell’ anno dopo, quando il Circolo Vicentino, trasformato in sezione del Club Alpino Italiano sali
il   Novegno, la Priaforà, il Pasubio, la Cima Tre Croci, la Cima Dodici!
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Quanti graziosi aneddoti allietarono quelle escursioni! Le lunghe marcie, gli acquazzoni improvvisi, i pernottamenti tumultuosi nelle malghe, o sotto le tende, i bivacchi a duemila metri, le allegre merende sulle cime, i pranzi chiassosi nei paesi di montagna, i brindisi in versi ed in prosa, i ricevnnenti dei sindaci.. , tutto, tutto quell’assieme svariato di impressioni, di emozioni passa ora dinanzi alla memoria come una fantasmagoria, come le pagine di un caro libro che si sfogliano ad una ad una,. ed ognuna, a 25 anni di distanza, ci fa rivivere in un mondo sereno, gioioso, spensierato, in cui tante lotte della vita giornaliera, tanti dissidii di politica si assopivano nel puro e sano ambiente dei monti.
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E come avviene degli entusiasmi giovanili, i primi anni furono febbrili di attività e la possa delle gambe, come dice il poeta, non era mai posta in tregua: ma c’ era anche chi si occupava della parte più seria. I nostri soci, che nomino a titolo di onore, Giovanni Marinelli, Scipione Cainer, Alessandro Cita, Almerico da Schio con costanza instancabilei ci diedero migliaia e migliaia di quote altimetriche delle nostre montagne che prima mancavano, curarono la orografla, corressero nomenclature sbagliate di monti, iniziarono, narrando le fasi e le peripezie delle escursioni, quella letteratura alpina che serviva a far conoscere luoghi pressoché ignorati, costumi d’ abitanti, origini, memorie storiche, dialetti, canti pastorali, a indicare bisogni di viabilità e d’ igiene, a render popolare l’amore ai boschi e alla loro conservazione, a conoscere la flora alpina e a proteggerla, insomma a svelare un mondo ignorato e a renderlo famigliare a tanti italiani che guardavano alle montagne come ad una divinità ignota, lontana ed inaccessibile.
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La operosità intelligente e vigorosa del nostro sodalizio faceva rapidamente aumentare il numero dei soci e fra questi nomi cospicui della scienza, come quelli del Marinelli, dell’ Omboni, del Lampertico, del Lioy ecc.: le gite si susseguivano con instancabile vicenda, sicché tutte le cime e le zone montuose della Provincia furono in breve percorse ed illustrate. I soci più valorosi salivano le vette più ardite, i giganti delle alpi, tenendo alto il nome di Vicenza. — L’Antelao, la Marmolada, le Pale, il Sorapiss, le dolomiti di Primiero, le Marmarole, il Monte Rosa, il Monyiso, il Gran Sasso, la Tosa, la Jungfrau, il Monte Bianco, la Civetta, l'Adamello, l'Etna, il Gran Paradiso, la Majella, il Canino, il Cristallo, il Pelmo, il Gloss Glokner, la Cima d’Asta, l’Alvier, Io Schlosslikopf, il Falkniss ecc. ecc., — furono calpestati da alpinisti vicentini.
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Alle feste alpine sempre bene riuscite a Valdagno, a Solagna, a Valli dei Signori, al Pian della Fugazza, a Recoaro, a Velo, a Seghe di Velo, a Folgaria, a Lavarone, a Castel Tesin, a Chiesanuova, ad Asiago ecc. convenivano da ogni parte numerosissirni gli alpinisti: ogni volta si formavano relazioni nuove, amicizie care: e come sapevansi preparare queste feste alpine! Si sceglieva per lo più una località prossima o al di là del confine trentino, ove le farfalle (come . diceva Paolo Lioy con parola inspirata e commovente nel bosco presso Lavarone presente un comissario austriaco) volano inconscie da una terra all’ altra senza conoscere confini, fecondando col polline che asportano i fiori dell’ una e dell’ altra regione che hanno comuni quei fiori.
    Si sceglieva perché si sapeva che il solo accenno al luogo di convegno era una parola d’ordine e tutti convenivano dalle valli circostanti a ritemprare la fede, a darsi I’amplesso che affermava le speranze comuni nei destini della Patria.
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Sono brevi episodi della vita avvenuti in questi ultimi 25 anni, ma quanto caro è il ricordarli oggi che vediamo decimata questa nostra falange per morti, per assenze, per defezioni, per abbandonate consuetudini, per mutamento di sistemi di vita!
    Chi non ricorda un nostro vecchio fedele compagno delle nostre gite, il compianto prof. Callegari, colla sua barba fluente, col suo cappellone a larghe falde, col suo accento inspirato parlarci velatamente di patria e di trentini irredenti sul ballatoio dell’albergo Giongo in mezzo a due gendarmi austriaci!
    Chi non ricorda il vecchio ed amato nostro Presidente Francesco Molon sempre pronto nel suo costume alpino a prendere parte alle escursioni che egli sapeva rendere interessanti ed istruttive discorrendo dei terreni geologici che si attraversavano, della flora montana, e di paleontologia! Era suo fido amico e seguace Giovanni Meneguzzo, il divinatore di quegli strati sotterranei che formano lo studio dei più celebri geologi mondiali dei quali fu sempre il pioniere e l'aiuto. Francesco Molon lo voleya sempre con sè nelle gite, ma affidato per la parte libazioni al segretario che doveva impedirne l'abuso.
    Ricorderemo sempre quella gita in cui il Meneguzzo sfuggito alla sorveglianza del segretario e dimentico della distanza che intercedeva tra lui ed il Presidente, lo. chiamava: Ciò Checco, nualtri scienziati.....  E quella volta che giunti ad Asiago, dopo aver raccolto un fardello di ossa di cervo e di cinghiale del Bostel di Rotzo, svolgendolo per esaminare la struttura di quegli avanzi preistorici, trovarono una costola di montone tuttora lorda di sangue introdotta nel fardello da qualche capo scarico della brigata! Che matte risate ne facemmo quando il Meneguzzo gettandola lontana indispettito esclamava: Questi no xe scienziati!
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Povero ed amato Presidente, ve lo ricordate voi alpinisti della vecchia guardia, alla Spaccata nell’ incontro con 5. M. la Regina nel 1880, ove alla testa de’ suoi alpinisti snocciolava a S. M. il discorso (del quale poco prima aveva fatto la prova declamatoria sotto un ponte) e presentava all’ augusta alpinista che stava a cavalcioni d’ un asinello, il ricordo dei monti Recoaresi dipinto da Carlo Allegri, il quale poi dipinse l’incontro pittoresco in un quadro che ora decora la Reggia di Monza!
   
E cuando reduce dalla Cima Dodici il prof. Modesto Bonato lo salutava: Salve o Molone ognor! e rivolto ad Amerigo Schio rimava la sua strofa pindaricamente così: Divida il padre Denza coi conte Schio gli allor !
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Al Molon successe nella Presidenza Paolo Lioy, il poeta della montagna, colui che ce la fece amare, che ci insegnò senza posa scolastica la sua flora, la sua struttura geologica, le sue bellezze artistiche, colui che intuì la missione vera del Club Alpino, la quale deve avere un po' d’ecclettismo scientifico, ma vivere d’ aria ossigenata fuori dalle pedanterie burocratiche.
    Dopo Lioy, che ben presto ci abbandonò per assumere la Presidenza del Club Alpino Italiano succedendo a Quintino Sella, eccovi un altro Presidente scienziato, Almerico da Schio, del quale non tesso gli elogi, perchè voi ben conoscete il suo amore per la scienza, il suo valore per le opere compiute e pubblicate, la sua alacrità sempre giovanile che lo indicherebbe ad essere Presidente, vita natura! durante del nostro sodalizio se le sue aspirazioni non fossero più alte, se non dovesse presto, diremo. con Dante « Galcar le nubi e trattar l’aure a volo».
    Onore ad essi ed ai due infaticabili e bravi segretari Scipione Cainer ed Alessandro Gita ai quali, (vogliamo proprio dirla la verità noi dobbiamo se la nostra Sezione ebbe momenti di vitalità così feconda e vigorosa da raggiungere un posto distinto fra le sezioni alpine italiane!
    E infatti ad essi e specialmente ad Alessandro Cita cui debbo aiuto efficacissimo nella compilazione di questi cenni storici, noi dobbiamo se molte cose utili alla montagna ed ai montanari furono promosse e caldeggiate dalla nostra Sezione.
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La propaganda a favore della ferrovia che deve congiungere I’altipiano dei 7 Comuni alla pianura, impresa che sembra oggi di prossima attuazione, è opera della nostra Sezione — come lo è l’interessamento per la strada che deve prossimamente congiungere Lastebasse a Lavarone e Folgaria e per la quale la Sezione concorse con un sussidio adeguato a’ suoi mezzi; i segnavie sparsi lungo i sentieri delle montagne per favorirne l’accesso; la propaganda fatta per il miglioramento degli alberghi, le sottoscrizioni per soccorrere i montanari colpiti dalle valanghe ai quali si distribuì oltre ad un migliaio e mezzo di lire — tutto è opera della nostra Sezione — tutto testifica la sua azione costante e disinteressata.
    È pure conquista del sodalizio nostro l’impianto delle piccole industrie alpine, fra le quali quella dei giocatoli, è per le quali si meritò alla Mostra di Torino un verdetto lusinghiero accompagnato dal grande diploma d’onore e da una medaglia d’oro al merito industriale dal Ministero d’Agricoltura e Commercio.
    Altri premi insigni ottenemmo nel 1881: a Milano colla mostra etnografica della zona montuosa della Provincia; a Venezia all’ Esposizione geografica con lavori illustrativi le montagne vicentine e con pubblicazioni dei soci che avessero attinenza con l'alpinismo.
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    Accanto alla propaganda in favore delle piccole industrie mantenuta viva con pubblicazioni e premi d’ incoraggiamento, con, istituzioni di musei e campionari, coll'indicazione di nuovi attrezzi atti a semplificare ed abbreviare il lavoro, di un’ altra impresa si rese iniziatrice la nostra Sezione: quella del rimboschimento.
    Furono tentativi fatti quà e là, p. es. a Godenèla su quel di Enego, laddove un Nicolò Dal Molin col mezzo nostro ottenne un premio dal Ministero; poi in altri luoghi, ove ci vennero date dal Governo stesso a migliaia le pianticelle per creare boschi: ma più di tutto giovò il gridare forte forte e dappertutto la necessità di rispettare i boschi. Benemerito cooperatore, e lo citiamo a titolo di onore, in questa campagna propagandista fu l’ispettore forestale Giuseppe Nalli che impedì che le foreste de’ suoi 7 Comuni venissero irregolarmente disboscate.
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    Di pari passo con queste nobili iniziative procedeva la conoscenza e la illustrazione delle nostre montagne sotto gli altri aspetti. Una prima e splendida espressione degli studi fatti e delle cognizioni raccolte fu la pubblicazione della Guida alpina di Recoaro, elegante volume curato nella sua edizione e decorato di illustrazioni e di vignette artistiche dell’ Allegri. Questa guida fu antesignana di altre, pubblicate dal nostro prof. Ottone Brentari coadiuvato in parte da Scipione Cainer e da Alessandro Cita, come le seguenti: Guida storico-alpina di Bassano e dei Sette Comuni, Guida del Cadore, Guida di Belluno e di Agordo, Guida del Trentino, Guida di Vicenza-Schio-Recoaro compilata quest’ ultima dal Brentari e dai Cainer e pubblicata dalla nostra Sezione in quel memorabile anno 1887 in cui la Sezione nostra raggiunse l’ apice del suo splendore con due fatti che resteranno incancellabili nella sua storia: L’ esposizione di Vicenza delle piccole industrie; il XIX congresso del Club Alpino Italiano.
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    L’ esposizione regionale delle piccole industrie si maturò nell’ inverno e nella primavera del 1887 con molta fede e coli’impulso perseverante di Alessandro Cita. Nel grande salone della Basilica si fece una mostra di lavori in legno, in paglia, in vimini, giunco, sparto, saggina, di mobili da giardino, lavori in metallo, fiori artificiali, merletti, maglierie, ceramiche, vetrerie, ecc., di strumenti, attrezzi, macchine per esercizio di piccole industrie e di monografie delle piccole industrie campestri e forestali. L’ esposizione rimase aperta dal 14 agosto al 25 settembre 1887.
    A merito del socio Fedele Lampertico si ottennero complessivamente lire 9600 di sussidi per premi in danaro, oltre a medaglie speciali del Club Alpino Italiano e di altri istituti.
    Il risultato finanziario fu splendido, superiore ad ogni aspettativa, perchè mentre il piano iniziale calcolava modestamente lire 5000 di entrata e 5000 d’ uscita, si ebbero invece lire 19357,80 d’introiti contro lire 15290,18 di pagamenti — con un civanzo netto di lire 4067,62 — senza tener conto del mobiglio, vetrine ed altri arnesi rimasti alla nostra Sezione in aumento di patrimonio.
    Si può calcolare che le vendite fatte dagli espositori sommassero ad oltre lire 100 mila.
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    Questa Esposizione doveva essere la cornice al XIX      Congresso degli alpinisti italiani radunatosi a Vicenza dal 27 agosto al 15 settembre 1887 e così splendidamente riuscito da ricordarlo come un avvenimento nemorabile del Club Alpino Italiano. Il programma era stato fatto in modo che ermettesse ai congressisti di formarsi un’ idea di questo nostro paese che primeggia fra le provincie italiane per bellezze alpestri, per ricchezza di suolo, per antichi ricordi storici e ancor recenti memorie patriottiche, per monumenti artistici e per il fiorire di potenti industrie.
    Oltre a 350 furono le adesioni!

    «La Sezione di Vicenza — ripeteremo col Cainer il quale ebbe tanta parte nella buona riscita del Congresso — si era proposta di accompagnare gli ospiti desideratissimi a vedere nel modo più comodo quanto di più bello codesti luoghi potevano offrire; alcuni de’ suoi soci aprendo le loro case a ricevimenti vollero dare una prova dello splendore della privata ospitalità, ma la cortesia di forti popolazioni preparava accoglienze non meno liete e calorose: così le attrattive erano le più svariate, dalla passeggiata sui colli inghirlandati di verzura, festanti per purezza di cielo ed ampio panorama, alla traversata in barca entro una grotta grandiosa ricca d’ ombre e di mistero; dai monumenti classici alle moderne manifatture; dalla festa del castello medioevale al ballo popolare di un bosco di abeti.»

     Una trentina di alpinisti poi il mattino del I settembre recatisi da Asiago a Valstagna e quivi guidati da Malfatti e da Tambosi presero la strada di Primolano, Fonzaso e Primiero verso il Gruppo delle Pale, salendo all’ altipiano della Rosetta da cui il 3 settembre discesero, sciogliendosi a S. Martino di Castrozza.
    Il Congresso si chiuse anche economicamente con risultati i più confortanti.
    Si sono incassate          .          .          .        L. 12175,—
    Si sono spese                .          .          .         » 12993,43
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Deficit.          .          .           .          .          .         L.    818,43
a carico della Sezione, la quale poi chiudeva il proprio bilancio 1887 con un civanzo attivo di lire 1842,84.
    Notisi che la Sezione aveva provveduto al dono della « Guida dei Sette Comuni » e che il Municipio di Vicenza aveva assegnato 4000 lire per la «Guida Vicenza-Recoaro-Scliio» donata in suo nome agli ospiti.
    Un successo economico più soddisfacente non poteva meglio coronare la riuscita complessiva del XIXCongresso degli Alpinisti Italiani.
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    È nell’ ordine naturale delle cose che la tanta esuberanza e a tanta concentrazione di vita succeda un po' di tranquillità che talvolta si trasforma in apatia e fa dormire sugli allori conquistati coloro che furono alla testa di tanto movimento; non fu così però per la nostra Sezione, la quale ritemprata dai successi ottenuti ed impinguato il proprio patrimonio col cospicuo civanzo dell’Esposizione delle piccole industrie, volle subito dar mano all’ impiego di quella somma. Essa pensò di erigere un duraturo monumento che ricordasse il fausto avvenimento e che servisse nel tempo stesso ai futuri alpinisti, figli e nepoti dei soci, quale esca per fare le prime armi sui monti.
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    Sulla cima del Summano, di quel masso di smeraldo che domina la pianura veneta, a 1211  metri sul mare, presso i ruderi dell’ antico convento dei frati Gerolimini, la nostra Sezione acquistò una zona di terreno, la rimboscò e vi eresse la graziosa casina bianca che si vede da ogni dove, asilo superbo per chi è vago degli sterminati panorami, e per chi voglia conitemplare dall’ alto la natura immensa, la casina sulle cui pareti Antonio Fogazzaro fece scrivere i versi di Dante: «Rimira in giuso e vedi quanto mondo sotto li piedi già esser ti fei. »
    Sorvegliata amorosamente dai nostri soci Gianesini sopraintendente ai lavori, e Pocaterra amministratore che le dedicò tutte le sue cure costanti e il suo entusiasmo, fu inaugurata con numerosissimo concorso di alpinisti e di popolo nel luglio 1889, venne ampliata nel 1893 spendendosi fra acquisto terreno e costruzione lire 14,300. Essa forma costantemente la meta di gite di comitive che vanno a ritemprarsi sullo storico monte. Nell’ occasione della inaugurazione il Socio Colleoni dedicava alla Sezione un suo modesto studio « Sulle leggende del Summano ».
    Alla costruzione della Casina seguì, sempre per opera della Sezione, il ripristino dell’ antica cisterna del convento ormai ostruita e resa impraticabile, arrecando così un notevole vantaggio anche ai pastori ed al bestiame che durante l’estate montica lassù.
    Oltre al riatto della cisterna, la nostra Sezione, aiutata dalle braccia e dall’ opera dei bravi Piovenesi, costruì la strada mulattiera che da Piovene accede al Summano. Questo lavoro fu organizzato e diretto dal bravo Pocaterra che eresse manufatti, gallerie di scolo ecc., atti a renderlo più solido e duraturo. — La nuova strada fu percorsa dal socio Colleoni con vettura a due cavalli il 20 maggio 1894, la prima volta da che il Summano emerse dalla masa terrestre.
    Reso ospitale il sito, tosto le popolazioni dei paesi circostanti pensarono a ricostruire l’antico Tempio dei frati Gerolimini e a rjdonarlo al culto. Così per opera del Club Alpino o dietro il suo impulso, colla erezione della Casina e del Tempio, I’anima ed il corpo possono, sullo storico Monte Summano, trovare il loro conforto.
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    Qualcuno pensò che la Casina fosse la sintesi dell’ opera di vent’ anni di attività della nostra Sezione e che quell’ asilo poetico posto là in cima al monte più noto e popolare della Provincia divenisse il ricovero dei veterani della Sezione nei mesi estivi, fosse come il loro Deus nobis haec otia fecit. Pur troppo in parte è vero: altre cure, l’età non più giovanile, lo stato famigliare mutato, nuovi doveri, nuovi pubblici incarichi distolsero alcuni dei più validi cooperatori dall’ attività di prima, li fecero disertare dal loro posto: ma d’altra parte è vero che il programma d’illustrare la zona alpina del Vicentino era in gran parte compiuto.
    Peccato che il momento in cui alle forze già provate doveano sostituirsi forze nuove, non sia stato opportuno! Era il momento in cui il ciclismo avea attratto al nuovo sport tutta la gioventù, la quale pareva in sul principio non avesse altro scopo che quello di coprire chilometri di strada polverosa nel minor tempo possibile. La vecchia guardia della nostra Sezione stava a contemplare attonita questa falange polverosa, sudata e pedalatrice che si curvava affaticata sui manubri, senza quasi più alzare lo sguardo alle alte vette la cui conquista formava I’orgoglio degli alpinisti, ma passata la febbre della novità, ora i ciclisti figgono pur essi lo sguardo sull’ alpe dove sventola lo stendardo dell’ Excelsior e costassù i fratelli del pedale stringono la mano nella comunanza delle alte idealità coi fratelli dell’alpenstock
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I varii nuclei di soci della Provincia, specialmente in quei luoghi dove più la Sezione Vicentina avea esercitata la sua maggiore attività, pensarono a creare Società indipendenti ed autonome, a formare Sezioni a sè assottigliando il numero dei nostri Soci. Abbiamo però delle care eccezioni e degli esempi di fedeltà che non dimenticheremo mai!
    La Sezione nostra continuò tuttavia la sua vita per quanto meno attiva di prima, restringendo la sua azione in attesa di tempi migliori quando cioè una nuova aura giovanile ritemprerà i suoi muscoli e ricondurrà più spesso sull’ alpe i nostri giovani.
    E codesta vita la nostra Sezione in questi ultimi anni la estrinsecò col mettere a posto la pubblicazione di quella carta geologica del Vicentino, interrotta per la morte del socio prof. Arturo Negri, che è una attesa di tutti gli scienziati e che ben presto sarà un fatto compiuto: uscirà sotto gli auspicii del prof. Taramelli mercè il valido aiuto dei professori Omboni e Marinelli e sarà una  nuova pagina gloriosa della Sezione Vicentina.
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    La quale ha voluto quest’ anno celebrare i suoi primi 25 anni di vita con un’opera buona — ha voluto festeggiare il suo giubileo colla istituzione di una Colonia alpina per i fanciulli poveri sofferenti.
    A noi che fra i monti provammo tante emozioni, tanto benessere fisico e morale, tante soddisfazioni e ricreazioni struggeva l’anima di non potere mettere a parte di questi beneficii chi ne avea maggior bisogno e non era in grado di procurarseli.
    Era quasi un dovere di riconoscenza che oggi vediamo felicemente compiuto: e volemmo attuare quest’ opera proprio in quest'anno per celebrare e chiudere con essa il primo ciclo d’attività della nostra Sezione. Gettammo il buon seme ed un benefattore anonimo lo raccolse iniziando cospicuamente l’opera di carità. — Benedite, o bambini, a costui che nel silenzio opera il bene! benedite a tutti quei generosi ché con nobile gara seguirono il suo esempio! benedite al modesto è bravo Dott. Dal Lago che con intelletto d’ amore presiede allo sviluppo benefico di questa cura climatica — alle buone suore che in quest’alpe gioconda sostituiscono le vostre mamme.
    Forse voi, o fanciulli, un giorno, come noi oggi che dai ricordi dei 25 anni passati evochiamo tante cose belle, buone, oneste, tante emozioni care, tanti godimenti dell’ anima, forse pure voi o fanciulli rammenterete questi giorni felici che vi ridonarono le rose sul volto macilento — ricorderete questa quiete verde, questi boschi, queste cime indorate dal sole — questa vita calma e serena blandita dalle carezze di tante persone che vi vogliono bene: e voglia Iddio che in  mezzo alle lotte che vi prepara la Società irrequieta e impaziente di raggiungere utopie forse bugiarde, voglia Iddio che il caro ricordo di questi sereni orizzonti ove trovaste la pace e la salute, vi sorregga e vi sottragga dalle bieche speranze che il volgo illude!
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    Ed ora, cari colleghi ed amici alpinisti io mi congedo da voi augurandovi altra guida più valorosa che possa ricondurre l’alpinismo vicentino con maggior lena alla conquista di altre utili e gagliarde imprese.
    E come le famiglie continuano nel tempo di padre in figlio, così faccio voto perchè a noi veterani dell’alpe possano succedere e sostituirsi i figli ed i nepoti con quello stesso vigoroso entusiasmo mercè il quale durante questi 25 anni di vita noi abbiamo potuto aggiungere pagine non ingloriose nel libro dell’alpinismo italiano.
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Nella Domenica 27 Agosto 1899 la Sezione Vicentina del Club Alpino Italiano festeggiava a Tonezza il 25.° anno di sua fondazione. Le case di quel grazioso paesello che sta adagiato sul verde e ridente altipiano erano tappezzate di varie scritte con “ Evviva al Club Alpino — alla Colonia Alpina “Vicenza,, — ai Presidenti ed ai soci benemeriti,,.
    Alla festa, perfettamente riuscita, si trovarono riuniti circa 50 alpinisti, la più parte della vecchia guardia, e fra essi due Presidenti emeriti e benemeriti, Paolo Lioy ed Almerigo da Schio, un Presidente effettivo Guardino Colleoni, il Segretario Alessandro Cita, cinque membri del Consiglio, Giuseppe Pocaterra, Giuseppe Gianesin, Mario Valmarana, Alessandro Maello, Luciano Casalini, poi Ettore Bertagnoni, G. B. Bevilacqua, Giuseppe Vigolo, Vittorio Tazzoli, L. Valente, Riccardo Meneghini, Giuseppe Roi, Dott. Elesbaan Dal Lago, Giuseppe Orefice, Giovanni Curti, Angelo Valmarana, Girolamo Raschi che offri per l’occasione una graziosissima cartolina-ricordo dell’ altipiano di Tonezza e delle sue ville, Don Giuseppe Pacher ecc. ecc.
    La nuova milizia era rappresentata dai fratelli di Thiene, da Don Ludovico Rospigliosi, da Luigino Cita e da due figlioletti di Mario Valmarana, Paolo e Stefania.
    Ospite festeggiatissimo il Cav. Marco Allegri di Venezia con la sua gentilissima signora.
    Nel mattino salirono I’elegante Spitz di Tonezza. alto 1722 metri, Riccardo Meneghini, Giuseppe Vigolo, Nicola Carraro, Domenico Marigonda, Luigino Cita ed altri.
    In perfetto orario, alle 10, si compiè la visita della Colonia Alpina "Vicenza,,. Vennero incontro ai visitatori  sventolando una grande bandiera tricolore, i 25 bambini ch’ essa accoglie, e a vederli nessuno avrebbe potuto dire che fossero bambini men che validi in salute. Ben nutriti colle guancie colorate, allegri tutti e taluni raggianti, si sarebbero giudicati meglio che pienamente sani. Effetto incontestabile del sito delizioso, dell’aria buona, del regime di vita, delle cure amorevoli delle due buone suore alla cui custodia sono affidati, della Presidenza della Colonia, di Guardino Colleoni e dei suoi colleghi Giuseppe Roi, co. Angelo Valmarana, cav. Giovanni Curti e dott. Elesbaan Dal Lago.
    Compiuta la visita, ebbe luogo il pranzo imbandito in una spaziosa sala delle Scuole adornata di verde e di fiori.
    Alle frutta il co. Colleoni pronunciò il discorso pubblicato in queste pagine, che è la storia dei 25 anni di vita della Sezione narrata ai suoi colleghi, perchè dalle memorie del passato traggano i giovani incitamento all’ amore ai monti.
    Dopo il discorso il co. Colleoni comunicò lettere e telegrammi: di Meneguzzo che per infermità non aveva potuto intervenire alla festa alla quale era stato invitato con cortese pensiero. del Club Alpino di Bassano con cui il Presidente cav. Vinanti scusava la sua assenza dovuta a malattia, della Sezione di Schio il cui Presidente Massoni era errante, insieme con parecchi soci, fra le giogaie del Monte Rosa.
    Ringraziò quindi tutti i presenti del loro intervento, la stampa così benevola verso la novella istituzione, il bravo Sindaco di Tonezza, la signora Allegri, alla quale non potendo offrire quanti fiori avrebbe desiderato, presentava quello, simbolico, della gratitudine.
    Manifestò il sno dolore per non vedere della lieta brigata i cari vecchi fedeli amici Tridentini con i quali si ebbero sempre comuni desideri e aspirazioni e concluse mandando un saluto a Trento italiana, un evviva al Re, nel cui nome ogni nostra festa si sintetizza.
Il cav. Allegri di Venezia, ricordato il monumento eretto dalla Repubblica ad un Colleoni, espresse l’augurio che sotto la guida del suo discendente, Presidente della Sezione Vicentina, aumenti sempre il suo patrimonio di gloria.
   
Il Segretario di Tonezza, uno dei migliori della nostra Provincia, in nome del Sindaco ringraziò la Presidenza della Colonia di avere scelta Tonezza e promise, vinte che sieno le difficoltà sollevate dal Genio militare, di prepararle una via carrozzabile fino al Palazzon.
    Il signor Girolamo Raschi, traendo argomento dal fatto che lassù si celebrava un’ opera grande e pia, la istituzione della Colonia Alpina, e che l’indomani si inaugurava il più alto monumento del mondo, quello sul Rocciamelone, alla più grande delle donne, circondata dalla più soave e sublime poesia, la Madonna, propose l’invio di un telegramma al Comitato ordinatore della festa che si doveva compiere sul Rocciamelone.
    Il telegramma fu spedito al Presidente della Sezione Alpina di Susa in questi termini:
    " Alpinisti vicentini solennizzando 25.° anno fondazione mandano dalla sede Colonia Alpina per bambini sofferenti da loro istituita, entusiastica partecipazione inaugurazione statua Madonna Rocciamelone.,,
    Come si sa, codesto monumento è sorto per offerte dì migliaia di bambini.
    Su proposta del cav. Curti fu pure mandato un telegramma di riconoscente omaggio al Re che concorse alla istituzione della Colonia Alpina "Vicenza,,.
    Sollecitato da molti con discrezione, provocato decisamente da Almerigo da Schio, Paolo Lioy, subito accolto con  battimani, notò che gli argomenti più cari al suo spirito e al suo animo sono stati tutti trattati egregiamente dal conte Colleoni. Ripete tuttavia l’evviva a Trento, augurandosi che risorga il sentimento dell’irredentismo. Augura a un socio della Sezione di Vicenza, alla tenacità di Almerigo da Schio, che ci conduca agli estremi fastigi dell’aria.
    Vedendo fra i commensali un degno e simpatico sacerdote, il prof. Pacher, ricorda come eravamo avvezzi ad avere partecipi alle feste dell’ alpinismo sacerdoti, lo Stoppani, il Denza, il Calderirii, fedeli alla religione e devoti alla causa della patria.
    Vedendo fra i commensali il colonnello C. Needham, attachè militare dell’ ambasciata britannica presso il Re d’ Italia ed ospite del co. Colleoni, ricorda il signor Budden, apostolo dell’ alpinismo e amico sincero ed operoso del nostro paese, e manda un saluto riconoscente all’ Inghilterra i cui figli furono i precursori dell’ alpinismo, mentre essa è costante amica dell’ Italia.
    Salutò infine Tonezza e il Presidente che rievocando così felicemente le vicende della nostra Sezione ha destate nell’animo suo le più dolci e care emozioni.
    Da Schio, prendendo argomento da una frase di Colleoni, nota che, bensì è rastremata la nostra Sezione dal sorgere delle Sezioni di Bassano e di Schio, ma che siamo tutti membri della grande famiglia italiana e propone un brindisi cordiale e affettuoso al loro indirizzo. Sono in tutto con noi. Evviva noi ,,
    Chiuse la non lunga serie dei brindisi Giuseppe Orefice, inneggiando all’ educazione fisica e mandando un caldo evviva alla Colonia dove il Club prepara i futuri alpinisti.
    Tolta... la seduta, ci si separò, riportando ciascuno la più bella impressione di una giornata veramente confortatrice.
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     PER I 125 ANNI DELLA SEZIONE DI VICENZA DEL CAI
(di Francesco Gleria)
 Nel 1875 le vie del centro della città   di Vicenza erano illuminate con lampioni a gas che venivano accesi con una lunga pertica secondo orari che tenevano conto delle notti di luna, nelle quali era prescritta una illuminazione ridotta. Era il Sindaco stesso che firmava due volte al mese l’orario della pubblica illuminazione.
 Il primo esperimento di luce elettrica sarebbe stato fatto nel 1883 per illuminare il teatro Eretenio e nello stesso anno sarebbe anche stato attivato in città il primo collegamento telefonico per mettere in comunicazione il negozio Marchetti di piazza dei Signori con i suoi magazzini posti a poca distanza.
Nel 1875 nel porto fluviale di Borgo Berga, dove ancora oggi sorge il fabbricato dell’ex Dogana, arrivavano pesanti barconi che trasportavano merci povere e sale e che impiegavano da sette a quindici giorni per il tragitto da Venezia a Vicenza.
Ebbene, nel maggio di quel medesimo 1875 nasceva anche ufficialmente con 78 soci la sezione di Vicenza del CAI, dopo un anno di apprendistato vissuto sotto le insegne di Circolo Alpino di Vicenza. Suo primo presidente è Francesco Molon, insigne geologo, mentre Paolo Lioy, che dieci anni dopo sarebbe succeduto a Quintino Sella alla guida del CAI nazionale, viene nominato Presidente onorario.
Il Club Alpino Italiano era stato fondato, ricordiamolo, solo dodici anni prima, nel 1863 a Torino sulla scia di analoghe associazioni in precedenza sorte in Inghilterra, e poi in Austria e Svizzera, con lo scopo di favorire, ai propri aderenti, la possibilità di conoscere e salire le Alpi.
I soci fondatori della sezione di Vicenza fanno indubbiamente parte del miglior ceto sociale della città e della provincia, anche perchè in quegli anni una condizione di benessere economico era indispensabile per poter destinare qualsivoglia risorsa ad attività di tipo ricreativo. Siamo infatti nel periodo in cui comincia a farsi acuta la crisi dell’agricoltura - all’epoca fondamentale motore dell’economia - che darà luogo anche nella nostra provincia ad imponenti flussi migratori.
Le prime escursioni hanno per mèta i rilievi prealpini della fascia settentrionale della provincia: il monte Zebio, per il quale fu proposto il nome di cima degli apinisti vicentini, il Novegno, la Priaforà, il Pasubio, la cima Tre Croci e la cima XII.
L’escursione non è però solo occasione per una dilettevole attività sportiva perchè - e qui cito testualmente le parole pronunciate dall’allora presidente Guardino Colleoni in occasione del XXV anniversario della sezione - alcuni soci “ con costanza instancabile ci diedero migliaia e migliaia di quote altimetriche delle nostre montagne che prima mancavano, curarono la orografia, corressero nomenclature sbagliate di monti, iniziarono, narrando le fasi e le peripezie delle escursioni, quella letteratura alpina che serviva a far conoscere luoghi presochè ignorati, costumi d’abitanti, origini, memorie storiche, dialetti, canti pastorali, a indicare bisogni di viabilità e d’igiene, a rendere popolare l’amore ai boschi e alla loro conservazione, a conoscere la flora alpina e a proteggerla, insomma a svelare un mondo ignorato e a renderlo famigliare”.
Siamo nella fase della conoscenza e della promozione della montagna, fase che durerà fino allo scoppio della prima guerra mondiale e nella quale la sezione è impegnata anche sul versante sociale: qui voglio ricordare la propaganda a favore della ferrovia che avrebbe collegato la pianura ad Asiago, l’interessamento sorretto da sussidio per la costruzione della strada fra Lastebasse, Lavarone e Folgaria, l’impegno per l’avvio di piccole industrie alpine per il quale il Ministero d’Agricoltura e Commercio avrebbe insignito la sezione di una medaglia d’oro al merito industriale e infine la istituzione di quella colonia alpina per i fanciulli poveri e sofferenti, quella colonia Umberto I di Tonezza che ha quest’anno festeggiato il secolo di fondazione.
Quanta preveggenza e quanto impegno civile in queste iniziative della sezione che datano oltre un secolo fa!
Sul versante più propriamente alpinistico assistiamo in quegli anni alla posa di segnavie lungo i sentieri per favorire l’accesso alle montagne, alla pubblicazione della Guida Alpina di Recoaro, cui avrebbero fatto seguito, grazie al prevalente impegno del socio Ottone Brentari e solo per restare nel nostro ambito territoriale, la Guida Storico Alpina di Bassano e dei Sette Comuni e la Guida di Vicenza - Schio - Recoaro. Assistiamo infine alla costruzione, sulle pendici sommitali del monte Summano, presso i ruderi dell’antico convento, di un grazioso rifugio bianco, ben visibile dalla pianura e mèta ambìta per le escursioni dell’epoca, anche in virtù degli ampi panorami che da lassù si godono.
Sul finire del secolo il sodalizio vive però un momento di difficoltà, prima dovuto al distacco dei soci dei gruppi di Schio e di Bassano che danno luogo a sezioni o ad associazioni indipendenti e poi al mancato inserimento di forze nuove anche per la concorrenza che il ciclismo esercita sui giovani del tempo. E così - sempre il presidente Colleoni - commenta sconsolato come la vecchia guardia del club contempli attonita questa falange polverosa, sudata e pedalatrice che si curva affaticata sui manubri, senza quasi più alzare lo sguardo alle vette, salvo poi accertare che , passata la febbre della novità, i fratelli del pedale stringono la mano, nella comunanza delle alte idealità, coi fratelli dell’alpenstock.
Il nuovo secolo apporta un sostanziale salto di qualità nelle modalità di approccio dell’uomo alla montagna, le cui sommità erano fin qui raggiunte seguendo i percorsi più accessibili. E la prima ascensione della parete sudorientale del Baffelàn, portata a termine dopo numerosi tentativi e tante peripezie da una cordata di cui faceva parte una delle più luminose figure dell’alpinismo dolomitico, Antonio Berti, che per molti anni sarebbe risieduto a Vicenza, segna l’avvio dell’arrampicata sportiva sulle nostre montagne di casa.
Poi arriva la guerra che impone un lungo periodo di stasi nella pratica alpinistica, sia perchè l’intero arco prealpino vicentino, dal Carega al Grappa, diventa un immenso campo di battaglia, sia perchè i giovani del tempo devono smettere il bastone da montagna per imbracciare il fucile.
Allo sciogliersi delle nevi, nella primavera del ‘19, prima primavera di pace, la montagna vicentina si presenta sconvolta ed irriconoscibile: sono stati distrutti interi paesi e abbattute enormi estensioni boschive, i pendii sono crivellati di caverne, gallerie e trincee e poi un gran numero di cimiteri testimoniano la crudezza dei combattimenti. Anche la viabilità ha naturalmente risentito dell’immane sforzo prodotto dai contendenti, al punto che le nostre montagne sono ora percorse da un fitto reticolo di strade carrozzabili, mulattiere e sentieri.
Dopo la stasi bellica risulta subito evidente che l’alpinismo ha definitivamente esaurito la fase romantica della scoperta; sulla scia del rivolgimento sociale e umano causato dalla guerra, si presentano sulla scena le giovani generazioni reduci dai campi di battaglia e galvanizzate dalla vittoria che ricercano sulle pareti il rischio e l’avventura.
In quest’atmosfera, per iniziativa di un nutrito gruppo di studenti universitari, nasce a Vicenza la Sezione Universitaria del CAI che sarà a sua volta e di lì a poco generatrice della Scuola Vicentina di roccia, primo esempio del genere in Italia.
Il più appassionato animatore di queste iniziative è Francesco Meneghello, incredibilmente idealista, che si era arruolato volontario a soli 17 anni e che, dopo le guerre di Spagna e di Albania, non sarebbe più ritornato dalla Russia. Alla sua memoria la sezione ha intitolato un ricovero per alpinisti nel gruppo del Cevedale. 
Il numero dei soci, che dopo la diaspora dei gruppi di Bassano e di Schio si era stabilizzato sulla cinquantina, risente positivamente del felice momento e lievita fino a raggiungere le 500 unità nel 1924, cinquantesimo di fondazione del sodalizio che, per festeggiare degnamente l’anniversario, chiede ed ottiene l’assegnazione di un rifugio già di proprietà del Club Alpino Austriaco nel gruppo del Sassolungo, in Alto Adige.
Questo bel rifugio, che da oltre 75 anni è oggetto di continue e premurose attenzioni, è stato intitolato alla città di Vicenza e la rappresenta degnamente presso le migliaia di escursionisti di tante nazionalità che annualmente vi sostano.
A seguito di questo entusiastico assalto alle montagne, prevalentemente concentrato nei gruppi del Carega e del Sengio Alto, la sezione di Vicenza del CAI diviene anche comproprietaria, sul finire degli anni ‘20, del rifugio che la consorella di Schio aveva acquistato subito dopo la guerra dalla Guardia di Finanza al passo di Campogrosso.
Il rifugio di Campogrosso, che sarebbe poi stato completamente riscattato dalla sezione nel ‘38, diventa così un fondamentale punto d’appoggio per gli alpinisti proprio nel cuore delle Piccole Dolomiti, il cui accesso era stato nel frattempo grandemente facilitato dall’entrata in servizio di una veloce e moderna tramvia elettrica da Vicenza a Recoaro.
Mi pare opportuna a questo punto una parentesi per mettere in risalto il significato della presenza del CAI di Vicenza a Campogrosso, che si è protratta fino ai primi anni ‘80, perchè quel rifugio, esaurita con il passare degli anni l’originaria valenza di base d’appoggio per l’approccio alle pareti, ne aveva assunta un’altra, di più pregnante e attuale: quella di baluardo contro un uso improprio e irriverente dell’ambiente alpino.
Data infatti al 1972 la proposta, redatta dalla nostra sezione assieme a Italia Nostra di Vicenza, per la creazione di un parco naturale nell’area del Pasubio e delle Piccole Dolomiti, che ha fatto seguito all’impegnativa azione svolta su più fronti e volta a scoraggiare la costruzione della strada Obra - Campogrosso, strada che ad oltre 30 anni dall’avvio dei lavori non è ancora stata ultimata. Perchè sono finiti i soldi o perchè ci si è resi conto dell’inutilità dell’opera dopo aver rovinato l’intero versante nordorientale del Carega?
E qui mi devo ripetere per dire ancora quanta preveggenza e quanto impegno civile fossero insiti in queste posizioni del Cai, che hanno avuto nell’amico Bepi Peruffo un incomparabile alfiere anche per arricchire lo statuto nazionale del sodalizio di una norma appositamente dedicata alla difesa dell’ambiente alpino!
Com’era prevedibile tutte queste prese di posizione d’avanguardia hanno visto il Cai perdente e così, mestamente, dopo che il glorioso rifugio era divenuto poco più di un bar ristorante raggiunto da ben tre strade asfaltate e assaltato nel periodo estivo da migliaia di persone ogni domenica, il Cai vi ha ammainato nel 1982 la sua bandiera.
Ma torniamo agli anni ‘30 e all’avvento a tutto tondo dell’alpinismo sportivo, a quella che Vittorio Varale avrebbe definito la battaglia del sesto grado nella quale avrebbero avuto un ruolo di primissimo piano in campo nazionale uomini della nostra terra o formatisi sulle nostre montagne di casa: è un momento di grande fervore e creatività che vede il graduale superamento in arrampicata libera, senza cioè l’utilizzo di mezzi artificiali di progressione, di livelli di difficoltà via via crescenti.
Mi piace a questo proposito ricordare il passo di uno scritto del nostro benemerito concittadino Giuseppe Faggin il quale, accostando lo scalatore al filosofo, annota come il proporsi delle mete irragiungibili e il tendere ad esse come se fossero possibili sollecita il moto di trascendimento dell’intelligenza e della volontà, costringe le possibilità nascoste a rivelarsi, dilata progressivamente il campo dell’esperienza e in ogni caso impedisce all’individuo di arrestarsi ad un obiettivo che, per la sua banale realizzabilità, minaccia la fine della creatività e dello slancio vitale.
Non è forse questo l’atteggiamento dell’alpinista? che poi diventa modello di comportamento anche in altri ambiti?
La seconda guerra mondiale comporta un altro lungo periodo di stasi, di morte e di distruzione che interessa naturalmente anche la montagna e l’ambiente alpinistico: la ripresa è lenta anche perchè occorre recuperare tutta una rete di relazioni ed una condizione di fiducia che erano andate smarrite; ma rimarginate le ferite, riparte con rinnovata lena la macchina organizzativa della sezione, che si trova ben presto a beneficiare di un graduale miglioramento delle condizioni economiche e sociali della popolazione oltre che di un facilitato avvicinamento alla montagna per effetto del miglioramento delle vie e dei mezzi di comunicazione.
La pratica alpinistica, che era fin qui stata appannaggio di una ristretta cerchia di appassionati, si avvia a diventare sport di massa con tutti i conseguenti risvolti positivi e negativi. In città, dopo che nel 1933, era sorta la Giovane Montagna, nascono molte altre associazioni aventi per scopo l’esercizio di attività sportive in montagna. Anche il numero dei soci del CAI aumenta di pari passo con questo crescente interesse e passa dai 425 soci dell’immediato anteguerra ai 560 del 1960, poi ai 1370 dell’80 per arrivare agli oltre 2100 di oggi.
Non è però che il numero faccia qualità e così assistiamo, in questi ultimi decenni ad una graduale ma sostanziale modifica nel rapporto intercorrente fra il socio e la sezione, complice in questo il poderoso ruolo svolto dalla motorizzazione privata e dai mezzi di informazione che hanno inevitabilmente frammentato il corpo sociale. Sempre più spesso infatti il socio considera il CAI non già quale centro di aggregazione di persone aventi comuni interessi, ma quale ente erogatore di servizi, con l’ovvia conseguenza che diminuisce la propensione al dare e aumenta quella al chiedere.
L’alpinismo di punta in questo frattempo, dopo un momento di incertezza vissuto a cavallo degli anni ‘50 e ‘60,   quando sembrava non fosse superabile il limite di difficoltà raggiunto con l’arrampicata artificiale, quella cioè che per la progressione utilizza strumenti infissi artificialmente e che consente di superare comunque le più liscie e strapiombanti pareti, arte muratoria l’avrebbe definita Dino Buzzatti, l’alpinismo di punta dunque in questo frattempo ha saputo trovare nuove importanti motivazioni: in campo extraeuropeo con la salita in stile alpino delle alte vette Himalayane e Andine e sulle montagne di casa con il trasferire sulle grandi pareti l’elegante lievità dell’arrampicata di palestra, e questo grazie ad un ulteriore affinamento della tecnica e dei materiali.
 
Uno dei massimi esponenti a livello mondiale di queste nuove tendenze è stato il nostro Renato Casarotto, che ha saputo interpretarle nel modo più nobile e coerente. Restano memorabili per l’arditezza della concezione e della realizzazione le sue ascensioni solitarie o invernali sulle pareti delle Alpi, delle Ande e del Karakorum. Dal 1986 egli riposa entro un crepaccio alla base dello sperone sud sud ovest del K2.
Due parole ora per ricordare anche l’impegno del CAI Vicenza in campo divulgativo e culturale, che costituisce una costante nella sua lunga storia, e che va dalle prime guide turistiche ed escursionistiche curate da Ottone Brentari, che prima ho ricordato, ai numerosi lavori del caro Gianni Pieropan, recentemente scomparso, passando attraverso un lungo elenco di pubblicazioni in campo alpinistico, mineralogico, storico, ecologico e speleologico. E poi le innumerevoli conferenze e la gestione e l’aggiornamento di una ricca biblioteca dedicata ai temi della montagna.
E a proposito di speleologia, non posso concludere questa breve panoramica sulla sezione di Vicenza del CAI senza ricordare la sua componente speleologica che è sorta ufficialmente nel 1935 incorporando preesistenti nuclei operanti nel vicentino. Nonostante questo gruppo non abbia mai raggiunto una massa critica di aderenti che gli consentisse di superare senza traumi defezioni o passaggi generazionali, ha comunque saputo non solo tenere accesa la fiamma della speleologia in sezione, ma anche sviluppare importanti progetti e portare a compimento grandi realizzazioni: alludo alle innumerevoli spedizioni e scoperte al Buso della Rana, una delle maggiori grotte d’Italia, alla realizzazione di un organico catasto delle grotte della nostra provincia e alle campagne di ricerca preistorica grazie alle quali alcuni suoi soci entreranno a far parte, per l’esperienza acquisita, dell’Istituto Universitario di Ferrara.
Questa per sommi capi la storia dei 125 anni del Club Alpino Italiano di Vicenza: tanti altri sarebbero stati i passaggi da ricordare, attinenti particolari specifiche attività, come quelle del gruppo botanico, del gruppo mineralogico, dei campeggi estivi, che con l’andare del tempo ed il mutare degli interessi hanno perso vigore e si sono spente, o come quelle tutt’ora in corso delle escursioni organizzate, delle scuole di alpinismo e di sci alpinismo, della cura rivolta ai rifugi, ai sentieri alpini e alle palestre di roccia.
E’ una storia di uomini liberi, di attività sportive, di impegno culturale che si è inevitabilmente intrecciata con la vita della città e che ritengo abbia dato un contributo non secondario nella formazione delle giovani generazioni che via via vi si sono accostate. La pratica alpinistica non è infatti solo esercizio fisico, ma presupponendo disponibilità alla fatica e attitudine al rischio, sviluppa capacità di valutazione, senso critico e quindi consapevolezza delle proprie capacità e dei propri limiti.
Uniti così, in un rapido sorvolo, i tempi dell’illuminazione a gas e di internet, quelli in cui l’orizzonte delle escursioni era limitato ai rilievi dell’arco prealpino con quelli della globalizzazione che consente di spaziare facilmente sulle montagne del mondo intero, cerchiamo di cogliere quale sia il forte elemento di continuità che ha consentito questa lunga vita alla nostra sezione del CAI che, assieme alla società Umberto I° che pure quest’anno ha ricordato i 125 anni dalla fondazione, risulta essere la più longeva associazione sportiva della città.
Innanzitutto il piacere che deriva dall’esercizio fisico in vasti e solitari ambienti naturali di grande suggestione, poi la soddisfazione connessa al superamento di difficoltà correlate alle capacità: in montagna ognuno che abbia coscienza dei propri limiti può superare il suo 6° grado, poi ancora il senso della scoperta qualora si sappia uscire dai tradizionali percorsi, infine, a coronamento di tutto questo, l’ineffabile gioia della vetta.
Queste senzazioni e sentimenti sono di grande appagamento per lo spirito costituendo, io credo, la molla prima dell’incanto che incatena alla montagna e che risultano così ben riassunti da queste semplici considerazioni del monaco tibetano Milarepa, vissuto nell’XI secolo: nelle desolate pietraie, fra le montagne, esiste uno strano mercato dove si può barattare il vortice della vita con una beatitudine senza confini.
Quale il futuro?   E’ fuor di dubbio che l’alpinismo, e quindi il Cai che ne rappresenta il più significativo momento di propulsione e di sintesi, sta vivendo un periodo di vasta popolarità in cui però, come abbiamo visto, non sempre l’aumento del numero dei soci   si è accompagnato ad una pari crescita nella qualità: si sono infatti sfilacciati i legami con la tradizione, sono via via cresciute le attività ricreative praticate in montagna e sono saliti sul palcoscenico tanti attori che non sempre agiscono secondo quelle regole di comportamento che un tempo costituivano quasi un codice deontologico per l’alpinista.
Alludo, solo per citare alcuni esempi, alla spettacolarizzazione di certe imprese del tipo “no limits” e al ruolo non secondario giocato dagli sponsor , alla commercializzazione di ascensioni anche di notevole difficoltà e complessità, allo spazio conquistato dalle gare di arrampicata sportiva su falesie o pareti artificiali, in virtù di una loro maggior visibilità.
Tutto ciò può provocare disorientamento e può dare dell’alpinismo un’immagine non aderente ai suoi veri contenuti sportivi, etici ed estetici. Per questo concludo citando un pensiero di Giuseppe Mazzotti, uomo di cultura oltre che valente alpinista, che riassume in poche parole l’essenza vera dell’alpinismo e la sua auspicabile evoluzione: “ogni ascensione, breve o lunghissima, modesta o difficile, può essere espressione di alpinismo finchè non la si compia a puro scopo di esercitazione fisica.....A me sembra che le montagne vadano salite in uno speciale stato di grazia, starei per dire di beatitudine..... Si obietterà che pochi sono in grado di sentire la montagna in modo così totale, ma è appunto per questo che l’alpinismo, raggiunta la perfezione tecnica, deve rivolgersi al miglioramento della sensibilità individuale. Impresa ardua, ma è certo che la futura evoluzione dell’alpinismo dipende da questo perfezionamento.
Nel condividere pienamente queste considerazioni e questo   auspicio, io mi accommiato ed auguro al CAI di Vicenza di continuare con rinnovato entusiasmo a percorrere le vie dei monti.
                                                                                            Francesco Gleria
Vicenza, 17 novembre 2000
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